Aparigraha: La leggerezza del non attaccamento

Aparighaha il quinto yama

Non attaccamento, non possesso, non accumulare beni: Apharigrapha ci insegna la leggerezza.

Yoga Sutra – Quinto Yama

Aparigraha è il quinto YAMA, il quinto precetto etico insegnatoci da Patanjali negli Yoga Sutra ed è un invito a vivere leggeri, al non attaccamento, al prendere la giusta distanza dalle cose.

“Graha” in sanscrito significa “Afferrare”, quindi Apharigraha significa letteralmente “Non afferrare le cose”, lasciare scorrere, lasciare andare, non accumulare. 

Apharigraha non è un invito all’ascetismo, a lasciare tutto e rifugiarsi in una grotta in cima a una montagna. Apharigraha è avere quanto ci serve per vivere bene, e non cercare nulla in più. E’ beneficiare di ciò che è intorno a noi; avere, ma senza l’ansia di possedere, accumulare o portare via agli altri.

Aparigraha come atteggiamento mentale

Aparigraha è uno spazio prima di tutto mentale, solo successivamente diventa anche fisico.

L’attaccamento è un atteggiamento della mente che appesantisce il nostro cammino, ed è a quello che si riferisce Patanjali.
L’essenza di Aparigraha è “Tutte le cose sono a tua disposizione per essere utilizzate, ma non possedute

Questo precetto è ancor più importante oggi, che viviamo in un mondo completamente orientato al possesso, e a definire le persone in base a ciò che possiedono. Patanjali ci invita a non diventare schiavi di questo meccanismo, di liberarci da questi pensieri, a non cercare la felicità nelle cose che possediamo.

Aparigraha e la ricerca della felicità

L’ansia di possedere è strettamente legata alla ricerca della felicità: siamo portati a pensare che ogni nuovo oggetto che acquisteremo ci regalerà finalmente la felicità. Ma ci hai mai fatto caso? Non è mai davvero così.
Se una felicità arriva, è temporanea, destinata a passare appena la nostra mente si appoggia sull’oggetto successivo, sul nuovo acquisto che dobbiamo assolutamente fare, per essere felici.

Più cerchiamo di possedere, più siamo schiavi e posseduti da questo meccanismo.
Più accumuliamo, più ci appesantiamo sia materialmente che energeticamente.

Il possedere, il non condividere, il vivere nella paura di perdere ciò che abbiamo ci appesantisce, ci rende ottusi, ci ostacola nel cammino verso il nostro vero Essere, che è libero, leggero e felice, ma sepolto sotto il cumulo di ciò di cui non possiamo fare a meno.

Ancora più attenzione si dovrebbe porre nel cercare di non spostare questa tendenza anche in altri ambiti: la fame di accumulare esperienze, viaggi, emozioni è altrettanto pericolosa e la felicità che scaturisce da questi momenti è ancora più effimera.
Anche in ambito spirituale questo può accadere, anche sul tappetino.

Aparigraha nella pratica yoga

Accade, soprattutto agli inizi della pratica, di diventare “accumulatori” di sensazioni, di asana, di ore di pratica. E’ comprensibile: lo yoga regala quella sensazione di profondo benessere, di felicità, quell’attimo di estasi che può confondere il praticante inesperto (ma sovente anche quello esperto…) portandolo a praticare all’eccesso, a sfidarsi nell’esecuzione delle posizioni, nell’ansia di replicare quel momento più e più volte.

Ma anche qui Aparigraha ci viene in aiuto, perché è solo quando lasciamo andare la ricerca, l’aspettativa, il bisogno, l’ego personale, quando ci ritroviamo a praticare per il puro piacere di ogni singolo gesto e non con l’ansia da prestazione, che quella sensazione arriverà da noi. Solo quando capiremo che quella sensazione è un attimo transitorio ed inafferrabile che siamo disposti a lasciare andare, solo allora, avremo davvero imparato qualcosa.

Perché la vita tutta va affrontata così, momento per momento, con la massima attenzione e nello stesso tempo con la leggerezza di chi semplicemente gode di ogni singolo istante, perché è solo in quel meraviglioso singolo attimo di leggerezza che si può sprigionare la vera felicità. Solo praticando Aparigraha fino alla fine, lasceremo andare con gratitudine e serenità. Con leggerezza.?

Namasté

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